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martedì 13 ottobre 2015

Renzi come Moggi in un fondo di Alessandro Sallusti su "Il Giornale"

Più che De Gasperi, Renzi è il nuovo..... Moggi

I paragoni per si sprecano, ma come "Lucianone" il premier è interprete dell'efficace "il fine giustifica i mezzi"

In Italia c'è chi lo ha paragonato ad Alcide De Gasperi, in America non ricordo chi ha detto che sarebbe il nuovo Tony Blair.







Per Matteo Renzi i paragoni si sprecano, tanto sono gratis. A vedere quello che succede, a me viene però in mente un altro paragone: Renzi come Luciano Moggi, detto Lucianone, padrone del calcio italiano per quasi un ventennio, caduto sul campo nel 2006 per eccesso di potere e di vittorie dichiarate sospette da alcuni giudici e da tutti i tifosi non juventini. «Il sistema Moggi» è spiegato nelle carte dei numerosi processi che Lucianone ha poi dovuto affrontare con alterne fortune: un misto di bravura, fiuto, fortuna, spregiudicatezza e arroganza che prima lusinga, poi frastorna e infine intimidisce avversari e amici che si incontrano lungo la strada che porta al potere assoluto. Moggi e Renzi sono i migliori interpreti della massima cinica, ma efficace, «il fine giustifica i mezzi». Ha voglia Bersani a piagnucolare come un Facchetti qualsiasi sull'onore e le regole del gioco da rispettare. Perde tempo a inveire Brunetta, manco fosse Galliani a corto di risultati.
Il sistema Renzi è come il sistema Moggi. Di Pietro direbbe che si tratta di «dazione ambientale», il non reato per cui chiunque del sistema si fa corrompere o obbedisce anche se non gli viene espressamente richiesto. I senatori vanno speranzosi a Renzi come i giocatori andavano a Moggi: una sua parola e l'ingaggio era assicurato, un suo no e la carriera era finita.
Certo, a volte serve alzare la voce. Moggi, narra la leggenda, «convinceva» gli arbitri a cena e, se non bastava, li raggiungeva negli spogliatoi dove, durante l'intervallo, diventava più persuasivo. Esattamente quello che in queste settimane è successo con Grasso, l'arbitro del Senato che per non fare la fine di Paparesta (la giacchetta nera «torturata» da Moggi per non aver obbedito, o almeno così narra la leggenda) sta fischiando a senso unico sulle riforme e interpreta a modo suo financo i falli sulle donne grilline.
Il senso, ovviamente, è quello deciso da Renzi, che da un po' di tempo non è più uno ma trino, proprio come piaceva a Lucianone. Dal Moggi-Giraudo-Bettega siamo al Renzi-Lotti-Verdini. Gioco di squadra: chi si occupa dei senatori, chi di minacciare giornalisti, direttori ed editori non allineati, chi di procacciare affari. È la politica mercato, simile al calcio mercato: se fai il furbo puoi vincere il campionato, ma ti aspetta la serie B.

Alessandro Sallusti


Editorialista
Alessandro Sallusti è direttore de il Giornale dal 2010, dove aveva cominciato insieme a Indro Montanelli nel 1987. Ha lavorato per Il Messaggero, Avvenire, il Corriere della Sera, e L'Ordine, fino ad approdare a Libero, con Vittorio Feltri.

Pubblicato su "Il Giornale" del 7 ottobre 2015

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